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AREA POSATORI

POSATORI PARQUET. COLPA DEL POSATORE ::: Sempre colpa del POSATORE?
    IL CASO di Mauro Errico
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Solo grazie a una serie di esami di laboratorio si è riusciti a dimostrare un’evidenza lapalissiana: l’usura della vernice di un parquet posato in un ristorante era legata al forte traffico e non all’imperizia dell’operatore ...



Negli ultimi tempi, nel settore delle pavimentazioni in legno, sono state introdotte alcune importanti normative che, sia pure con qualche margine di miglioramento, hanno permesso di porre in rilievo diritti e doveri degli operatori; in particolare mi riferisco ai parchettisti o, come vengono definiti in alcune delle nuove norme, posatori.
Tuttavia, data la mancanza di una vera e propria categoria professionale riconosciuta dalla legge, non è sempre facile individuare diritti e doveri di chi opera in un settore dove tutto pare essere normato, ma spesso lo è solo a parole.
Indubbiamente le norme di prodotto prima e la marcatura CE poi (norma Uni En 14342+A1:2005, finalmente a regime dal primo marzo 2010) hanno apportato discrete novità e migliorato l’approccio verso quei manufatti che arrivano da ogni parte del mondo. Ma l’aspetto della posa in opera rimane sempre qualcosa di vago, diciamo avvolto da nebbie più o meno fitte, a seconda della stagione. Anche la recentissima norma sulla posa incollata (Uni 11.368-1: “Pavimentazioni di legno - Posa in opera - Criteri e metodi di valutazione - Parte 1. Posa mediante incollaggio”) - un punto di partenza molto importante - non ha migliorato moltissimo la situazione da questo punto di vista.
Il caso che descrivo nel presente articolo, precedente all’approvazione della nuova norma sulla posa, dimostra come in un mondo di normative, in continua evoluzione, sia sempre il posatore l’anello debole della filiera di realizzazione dei pavimenti in legno.

POSATORI PARQUET. COLPA DEL POSATORE



::: IL FATTO
Parliamo di un’imponente opera di pavimentazione (la superficie pavimentata era notevole) di parquet monostrato della tipologia industriale di specie legnosa Rovere, realizzata all’interno di un ristorante.
Il materiale è stato posto in opera per incollaggio totale, utilizzando un adesivo bicomponente, su un piano di posa rappresentato da massetto cementizio, di nuova costituzione, e da piani di posa non assorbenti di varia natura (piastrelle, ceramica, marmette ecc.).
La superficie pavimentata oggetto della valutazione ha un’area di circa 2.450 m², distribuiti su tre distinti livelli: piano terra, primo piano e piano rialzato.
Previa campionatura specifica (sottoposta alla disamina di progettisti, architetti e direzione lavori), è stata poi realizzata la finitura protettiva, con un prodotto filmogeno, per un totale complessivo di ben tre mani successive.
Riepilogando, il posatore, prima di finire il lavoro, ha preparato un campione del pavimento con varie finiture protettive, lo ha sottoposto alla visione di numerose figure professionali; il campione è stato accettato, a questo punto il posatore ha eseguito la finitura, come da campione.
Sottolineo che le caratteristiche del prodotto impiegato sono state illustrate ampiamente, oltre che specificatamente descritte nella scheda tecnica.

POSATORI PARQUET. COLPA DEL POSATORE



::: ESAME DELLA PAVIMENTAZIONE
Alla disamina visiva, l’intera pavimentazione in legno (definitivamente ultimata nel mese di ottobre 2008) si presentava solidamente ancorata al sottofondo cementizio; non presentava in nessuno dei piani esaminati evidenti distacchi di elementi lignei o deformazioni di alcun genere.
La disamina tecnica, nel rispetto di quanto richiesto, aveva però come oggetto l’esame della finitura protettiva del pavimento. In effetti questa finitura superficiale si presentava con notevoli difformità: sia fra le varie zone della pavimentazione sia tra i vari piani.

::: L’INDAGINE: ASPETTO DELLO STRATO DI FINITURA
La pavimentazione è stata osservata da altezza uomo, con luce naturale irradiata da ampie finestre, poste sia di fronte che di lato al pavimento, sempre comunque di spalle all’osservatore.
L’aspetto della finitura superficiale dell’intera pavimentazione aveva, come già riportato, evidenti difformità.
In superfici così ampie, quando si ha a che fare con centinaia di metri quadri da verniciare manualmente, è facile fare qualche “stacco” o “soprammonto”, è importante però osservare come nessuna delle anomalie rilevate sia riconducibile alla metodologia di applicazione del prodotto filmogeno: nessun problema di formazione di bolle sul film verniciato, sfogliamento del film di vernice o schivature.
L’unica annotazione riguarda l’aspetto della superficie lignea, che risulta essere alquanto usurata, sia pure a zone, una situazione di usura a mio avviso compatibile con la frequenza di calpestio che il locale in questione sopporta.
In alcune zone del pavimento in legno posato al piano terra lo strato filmogeno del prodotto era particolarmente usurato. Viceversa, al primo piano e al piano rialzato - medesimo legno e tipologia di manufatto, stessa procedura di finitura e prodotto - l’usura era nettamente inferiore, quasi non percettibile alla vista.
In particolare, al piano terra erano rilevabili incisioni, graffi, piccole porzioni della superficie lignea con conformazione disomogenea e annerite; la concentrazione delle porzioni annerite era maggiormente circoscritta in prossimità dei tavoli e delle sedie.
In pratica, seguendo l’usura dello strato protettivo, era possibile ricostruire il tragitto che la clientela abitualmente faceva nel locale (i tavoli e le sedie venivano continuamente spostati per sedersi).

POSATORI PARQUET. COLPA DEL POSATORE



Un’altra nota importante: durante l’indagine è stato rilevato come la superficie lignea in prossimità di armadietti su ruote girevoli - ma sempre fermi e posizionati nel medesimo posto (utilizzati come porta bicchieri, piatti, accessori vari per l’attività di ristorazione) - fosse perfettamente integra: nessuna alterazione della pellicola filmogena, al contrario della superficie lignea in prossimità di sedie e tavoli, ovvero in zone altamente sottoposte ad azione di calpestio abrasivo.
Un altro particolare osservato: in prossimità delle postazioni dove venivano tenuti i recipienti per l’aceto e l’olio (che i commensali possono utilizzare per condire le proprie pietanze) erano rilevabili facilmente a occhio nudo macchie con conformazione varia lasciate da gocce di prodotto cadute accidentalmente sul parquet. La particolare conformazione delle macchie faceva presupporre proprio la permanenza in superficie di liquidi ad azione aggressiva quali l’aceto, che hanno avuto il tempo di penetrare per capillarità nel legno.

::: IL RESPONSO DELLA PROPRIETÀ
Proseguendo nel sopralluogo, abbiamo osservato l’evidente diversità fra le zone della pavimentazione sottoposte a maggiore calpestio e quelle ubicate in zone anche della medesima sala, ma in disparte, ai lati estremi delle sale o, per esempio, vicino all’uscita di sicurezza.
Come mai nelle zone periferiche non abbiamo rilevato nessuna anomalia sulla pellicola filmogena, anche se le sedie e i tavoli venivano comunque utilizzati, e spostati, dalla clientela? E come mai vi era una così evidente diversità di risultato, almeno sul piano estetico, fra i vari livelli del locale, sebbene il prodotto di finitura sia il medesimo?
Per la proprietà, che di fatto contesta la verniciatura (dopo oltre un anno dalla ultimazione) c’era una sola risposta: “Il posatore ha steso un prodotto diverso da quello utilizzato sul campione presentatoci e, comunque, c’è almeno una mano di prodotto in meno rispetto a quanto preventivato”. In un modo o nell’altro, chi aveva eseguito l’opera di posa e rifinitura protettiva per la committenza era comunque “colpevole”.
Inutile trascrivere come qualsiasi tentativo bonario di far ragionare la proprietà non sia andato a buon fine.
Vediamo ora come, metodologicamente parlando, siamo arrivati a dimostrare che il posatore non era il colpevole, bensì la vittima di un sistema ancora carente professionalmente.

POSATORI PARQUET. COLPA DEL POSATORE



::: LE INDAGINI DI LABORATORIO
Un caso simile non poteva essere affrontato senza ricorrere all’ausilio di un laboratorio. Vediamo nel dettaglio gli elementi da tenere presenti:
• Gli elementi lignei in opera non mostravano fessurazioni anomale, distacchi, sollevamenti o comunque problematiche riconducibili alla fase di posa in opera, in nessuna delle sale esaminate;
• Nessuna anomalia e/o difetto di verniciatura è stato osservato e/o accertato: qualunque alterazione della pellicola filmogena riconducibile alla fase di stesura manuale o alla qualità del prodotto verniciante risultava assente;
• Per alterazione della pellicola filmogena, vengono intese anomalie quali “sormonti di vernice”, “presenza di pulviscolo o corpi estranei inglobati”, “schivature”, “microbolle”, “sfogliamento”, “screpolature”, “sollevamento della pellicola con grinze”;
• Quanto esaminato e accertato, si ritiene essere assolutamente compatibile con le condizioni di fruibilità della superficie lignea, sottoposta a forte abrasione a seguito del passaggio di alcune centinaia di persone ogni giorno;
• Il locale ove era posta in opera la pavimentazione di legno oggetto di disamina non ha quasi mai periodi di chiusura; le sale sono utilizzate sia per il pranzo che per la cena, vi vengono inoltre organizzate svariate feste.

POSATORI PARQUET. COLPA DEL POSATORE



::: LE VERIFICHE IN LABORATORIO
Sostanzialmente due erano i quesiti da risolvere: il primo riguardava il dubbio sul prodotto effettivamente impiegato, il secondo su quante “mani di vernice” siano realmente state date.
Situazioni simili non sono di facile soluzione, anche perché a volte dobbiamo “inventarci” le prove comparative.
Dopo una lunga e attenta discussione in laboratorio, è stato deciso di ricreare la stessa procedura di lavoro, con il medesimo prodotto di finitura che il posatore diceva di avere utilizzato: abbiamo preso dei listelli del medesimo legno, li abbiamo carteggiati con le varie grane utilizzate dal posatore, abbiamo proceduto poi alla loro verniciatura.
Abbiamo creato tre diversi campioni: il primo stendendo una sola mano di prodotto di finitura filmogeno, il secondo stendendo due mani, il terzo con tre mani di prodotto di finitura (il pavimento in legno come è stato realizzato nella realtà).
Perché tre diversi campioni? La nostra ricerca di laboratorio era mirata alla verifica di quante mani di prodotto fossero realmente state stese. Sappiamo benissimo che una volta reticolato, un prodotto filmogeno, anche se esaminato al microscopio, non presenta diversità stratigrafica; dobbiamo soltanto misurare lo spessore del prodotto. Il tutto con le dovute cautele, data la nota capacità del legno di suzione capillare.
I nostri esami avevano principalmente un valore di comparazione fra il pavimento in opera e i campioni realizzati, seguendo la medesima procedura di lavoro impiegata, oltre che il medesimo prodotto di finitura.
Una volta preparati i campioni, abbiamo proceduto all’asportazione di vari elementi lignei in opera - dislocati in varie zone del piano terra, del primo piano e del piano rialzato - al fine di comparare lo spessore del prodotto presente su elementi lignei in opera con lo spessore dei campioni realizzati ex novo: serviva cioè verificare se il pavimento in opera presentasse notevoli difformità di spessore della pellicola filmogena.
In parole semplici, il posatore aveva realmente steso tre mani complessive di prodotto protettivo, come da preventivo, o una, come ipotizzato dalla proprietà? E aveva utilizzato il prodotto indicato nel preventivo?

POSATORI PARQUET. COLPA DEL POSATORE



::: IL RESPONSO
Le disamine dello spessore della pellicola filmogena al microscopio a scansione, ma anche al microscopio a infrarossi hanno rilevato la mancanza di differenze fra i vari campioni di legno, sia in opera che fuori (la misura dello spessore del rivestimento è stata condotta tenendo conto della norma En Iso 2808:2007).
In definitiva, i vari esami condotti hanno confermato che fra i campioni del primo piano e del piano terra non vi erano differenze di alcun genere: è emerso chiaramente che il prodotto impiegato è stato il medesimo in tutti e tre i livelli pavimentati.
Si conferma ampiamente anche la stessa procedura adottata per tutti i piani interessati; salvo alcune piccolissime differenze durante le misurazioni della pellicola filmogena.
Personalmente ritengo che le suddette minime differenze in fatto di spessore della pellicola filmogena, siano originate da almeno due variabili:
1) la prima connessa direttamente alla natura del manufatto, ovvero alla differente capacità di adsorbimento di ogni singolo elemento ligneo (data la naturale differenza di struttura intrinseca), per suzione capillare.
2) la seconda, dato che il lavoro viene svolto manualmente, è connessa alla manualità dell’operatore.
Si parla comunque di “micron”, è quindi logico attendersi delle differenze di spessore della stessa pellicola filmogena.
Ricordo inoltre che la specie legnosa oggetto di indagine ha, per sua natura, una capacità di adsorbimento molto elevata, rispetto a altre specie legnose (al Rovere bastano circa 10 secondi per adsorbire del liquido, come si può vedere nell’immagine a lato).

::: LE CONCLUSIONI
Alla fine il posatore ha potuto dimostrare che il proprio lavoro lo aveva svolto regolarmente, come convenuto… Però che fatica!
In maniera inequivocabile le analisi hanno confermato che i problemi emersi erano causati da semplice usura derivante dall’abrasione per deambulo della clientela del locale.
Durante le varie fasi di contraddittorio fra le parti è poi emerso come il piano terra del locale fosse sottoposto a operazioni di pulizia anche tre/quattro volte al giorno (non abbiamo mai potuto conoscere i prodotti impiegati per la pulizia utilizzati) e come il primo piano e il piano rialzato fossero utilizzati al massimo della capienza solo nel fine settimana, quindi due giorni contro i sette del piano terra… È chiaro che quando si parla di abrasione si deve tenere conto anche della frequenza di utilizzo di un locale e dei prodotti utilizzati per la sua manutenzione.

Fonti e bibliografia consultata
- Relazione Tecnico-Scientifica “Bagnabilità campioni di legno trattati con solventi/ vernici organici”, Dott. Alessio Nanni e Prof. Luigi Dei - Consorzio per lo Sviluppo dei Grandi Sistemi a Interfase, 28 Settembre 2000, Dipartimento di Chimica Università Degli Studi di Firenze;
- Relazione tecnico-scientifica per la misurazione degli spessori degli strati di vernice;
- Adarte Firenze snc, Dr.sse Azzurra Macherelli, Natalia Caporali e Francesca Briani.



 

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