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::: APPUNTI DI SOCIOLOGIA strategie di G. Carlini
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La lezione americana è SMETTERE
DI DELOCALIZZARE, perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base al paese di provenienza ...
Santa Fe (New Mexico), luglio 2010. È domenica mattina e per rilassarmi
scelgo di fare quattro passi in una mall (centro commerciale),
celebrando il culto dello shopping e guardando le vetrine.
La “liturgia” dello shopping assume in questo paese un livello senza precedenti.
Per consumare questo rito sono stati costruiti chilometri di centri
commerciali in ogni città, dove si ripetono gli stessi marchi, prodotti e offerte,
azzerando ogni forma di originalità relativa al luogo di produzione.
Il guaio è quando i beni indispensabili per il vivere degli americani sono
prodotti dai cinesi.
Solo ora (quest’anno) noto in giro dei cartelli: made in Usa. Lo stesso messaggio
lo ha lanciato la marca automobilistica Jeep Cherokee: un prodotto
americano, fatto da americani, per americani. È la fine della globalizzazione,
intesa come delocalizzazione della produzione per le necessità domestiche.
È anche la fine della Cina intesa come fabbrica del mondo.
Con questi pensieri in testa, mi siedo per consumare un pezzo di pizza
da Sbarro. Alle mie spalle si accomodano poco dopo, due uomini. Si tratta
di un colloquio di selezione.
Improvvisamente mi viene il dubbio che non sia affatto domenica, ma ogni
controllo conferma il giorno festivo. Colto da curiosità, origlio.
Il selezionatore è molto professionale, formula domande chiuse per ottenere
risposte dirette. Quando si arriva alle lingue straniere, chiede: “Parla
spagnolo?”. “Mi spiace, conosco solo il giapponese” è la risposta. Senza
scomodarsi il selezionatore formula una domanda in giapponese e
l’altro gli risponde correttamente.
I due proseguono, ma io mi alzo e continuo la mia passeggiata.
Penso all’Italia. In effetti noi siamo messi meglio degli americani, nel senso
che la fase del consumo non è così esasperata e non abbiamo delocalizzato
in forme selvagge per i nostri consumi domestici, anche se un
rimpatrio è saggio, com’è in atto.
Il consumatore italiano è più selettivo, per cui il made in China è isolato,
pur rappresentando una minaccia nelle lavorazioni più semplici. Noi troviamo
il made in China quale componente di un manufatto, mentre negli
Usa è offerto come prodotto finito, venduto sotto il marchio Wal Mart.
Per noi italiani la lezione americana è molto importante per non cadere
negli stessi errori (dai quali si stanno ritirando).
La lezione è smettere di delocalizzare, se non per presidiare quel certo
mercato, perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base alla
provenienza. Bisogna quindi produrre in Italia per gli italiani, allargando
però la gamma d’offerta nel prezzo e spiegare i diversi rapporti qualità/
costo.
Poi snellire le procedure di relazione con il personale e la sua selezione:
le attuali agenzie di reclutamento non sanno fare questo mestiere, anche
perché “afflitte” da personale giovane non preparato, capace di leggere i
curricula parola per parola, ma non attraverso le righe. Se non sappiamo
scegliere gli uomini e le donne del futuro, e neppure allenare quelli/quelle
che abbiamo, non avremo una storia.
GIOVANNI CARLINI, LIBERO PROFESSIONISTA-AZIENDALISTA, DOCENTE IN
SOCIOLOGIA DEI CONSUMI COME DELLA
DEVIANZA, DIRETTORE DIDATTICO PER ISP ITALIA DI CORSI AZIENDALI ON-LINE,
PUBBLICISTA, CORRISPONDENTE DALL'ESTERO PER SPAZIO TRE, OPINIONISTA
PER SIDERWEB.COM (IL PORTALE
DELL'INDUSTRIA SIDERURGICA ITALIANA)
E ANALISTA DI MERCATO PER LA CASA
EDITRICE TECNICHE NUOVE.
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