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::: Quant'è difficile TROVARE PARTNER
nel vecchio continente dossier di Giovanni Carlini
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Una sguardo d’insieme
all’Europa del parquet,
che contribuisca
a spiegare le nuove
tendenze in atto, ma
soprattutto a capire
come comportarsi per
cercare delle sinergie
utili a competere
sul mercato ...
I mercati del parquet in Europa, in particolare nell’ultimo trimestre
del 2008, non brillano certo per dinamicità, ma essendo il rallentamento
di ben più ampia portata macroeconomica, c’è di che consolarsi.
Nonostante ciò, però, il tempo passa e le imprese di tutto il continente
si stanno guardando intorno per capire se qualcosa è cambiato
nella nuova geografia di alleanze, rapporti bancari, flussi di informazioni,
nuovi spunti.
Professional Parquet, sino a ora (e proseguirà su questa strada che ha avuto
il gradimento dei lettori), ha offerto dei “dossier” per singolo Paese.
Oggi serve una visione d’insieme, che contribuisca a spiegare le nuove
tendenze in atto, ma soprattutto a capire come comportarsi per cercare
delle sinergie utili per poter competere sul mercato.
Trovare un partner è un’impresa decisamente
complessa. Quella che vogliamo
offrirvi è un’analisi di come si muovono i
mercati del continente, ma soprattutto
delle indicazioni su come agire su questi
per contare di più. Ovviamente la premessa
è che da soli non si va da nessuna
parte, se non in una battaglia (persa all’inizio)
di trincea.
::: LE STRATEGIE
Non c’è nulla da fare, per contare qualcosa
sia “a casa propria” sia, a maggior ragione,
in Europa, servono delle sinergie
con altre aziende, produttori e distributori.
È brutto a dirsi, ma salvaguardare il
proprio mercato significa muoversi in
pieno accordo con altri marchi. Tutto
sommato fare impresa oggi è più difficile
rispetto a 10 o 15 anni fa.
Se l’internazionalizzazione è un primo
passo obbligato (e non sempre questo
concetto è stato pienamente acquisito), il secondo è la ricerca effettiva
di un partner per unirsi in sinergia.
La sinergia è necessaria perché, volendo essere alquanto diretti sui nuovi
orientamenti (noti del resto a tutti) la vera espansione (per il momento)
è in Est Europa e in Turchia, ma per posizionarsi in quelle realtà serve
trovare un partner occidentale (francese, spagnolo, tedesco, polacco)
per unire le forze e le conoscenze, per cercare successivamente un terzo
partner locale, dove ci si vuole collocare.
Si tratta quindi di un’operazione da 2+1, per cui si entra nei nuovi mercati
“forti” di una condivisione di idee e punti di vista già maturati con operatori-
produttori-distributori storici e strategici europei.
::: LE MODALITÀ
Questo dossier non può fornirvi gli indirizzi di chi in Europa apprezza e
ricerca una collaborazione, in quanto il tutto non può che derivare da un
feeling personale e diretto tra imprese. Lo scopo dello studio qui presentato
è quello di analizzare i macronumeri del mercato europeo, al fine di
farsi un’idea di come sta evolvendo.
È giocoforza che se un Paese ha dei numeri di consumo pro-capite di
parquet più bassi rispetto agli altri e si trova ad accogliere delle imprese
“importanti” come ordine di fatturato e dipendenti, quello sarà un contatto
da sondare per capire se ci sono ipotesi di sinergie.
Insomma, la ricerca dell’operatore col quale si può collaborare parte “a
monte”, dallo studio della scheda Paese, comparata con gli altri mercati.
Da questo confronto, successivamente, si ricercano i nomi di quei fornitori
o distributori che - dal sito o da altre informazioni - hanno un numero
di dipendenti oltre le venti unità, un fatturato maggiore al milione di
euro e una produzione basata sia su import sia su export.
::: MA DOVE TROVARE IL PARTNER?
Ovviamente la redazione di Professional Parquet ha già nomi e dati di
produttori e distributori in Europa che sono disponibili a colloquiare
con l’imprenditoria nazionale per operare congiuntamente all’estero, ma
non se ne può qui fare il manifesto. Oltre al fatto che in ogni dossier Paese
sin qui pubblicato ci sono delle interviste a operatori, per cui non è
affatto difficile ristudiarsi le domande e le risposte che sono state fatte e
individuare dei possibili partner con cui aprire delle trattative.
Sicuramente, pensare di interloquire con un operatore di un Paese dell’est
come la Polonia o la Repubblica Ceca - da considerare come piattaforme
di lancio per la Russia profonda o la stessa Ucraina - è un modo corretto
di operare.
::: I RISCHI A PROSEGUIRE DA SOLI
C’è un fiorire di cause giudiziarie tra imprese, soprattutto in Ucraina, che
effettivamente spaventa e demotiva gli investitori. Il crollo della Borsa russa,
oltre ai noti avvenimenti, esprime anche un allontanamento da quel
mercato, che resta promettente, ma privo di garanzie legali comparabili
con il mondo occidentale. Ovviamente il problema si acutizza in Cina.
Ma di cosa si discute nelle pratiche legali tra imprese? Più o meno la diatriba
è sempre la stessa: “gli accordi originali erano capestro e non rispecchiano
le reali e nuove dinamiche che l’accordo ha assunto”.
Sostanzialmente gli operatori locali accolgono a braccia spalancate gli
investitori, con i quali avviano attività di successo. Questa dinamica di
mutua soddisfazione prosegue per 12 - 18 mesi, tanto che gli occidentali
iniziano a quantificare il rientro dall’investimento, che per quell’epoca
sfiora il 60 - 65%. A un certo punto, chissà come mai, la “luna di miele”
improvvisamente cessa per tanti piccoli futili motivi. Passano sì e no tre
mesi e si va in giudizio. Nel tribunale locale, diciamo ucraino, come bielorusso
o russo o cinese (è importante questo particolare della localizzazione
del tribunale, per cui si soggiace al diritto commerciale, usi e costumi
del luogo), la vittima chiede giustizia e per vittima si intende il socio
locale, con il quale si era stipulata una joint venture di interesse e
soddisfazione comune. La “vittima” sostanzialmente afferma ai “suoi”
giudici che è stato comprato per quattro soldi e che ora, avendo dimostrato
la validità della sua impresa nel territorio locale, gli occidentali
non vogliono più riconoscergli alcuna revisione del contratto in senso
migliorativo. Questa litania è continua, tanto da far pensare a “un sistema”
di aggancio e rapina ai danni delle imprese occidentali e giapponesi
che si avventurano da sole in quei mercati.
Un esempio lampante è quello cinese. Il diritto
penale cinese interviene solo per atti consumati
in Cina e a danno di realtà locali, senza curarsi di
fatti che possono riguardare persone fisiche o
giuridiche estranee al popolo cinese. Quindi,
un’impresa cinese in Italia può lottare in un “tribunale
del popolo” contro un’altra impresa cinese
in Cina ad armi pari. In caso contrario: auguri!
In questa situazione di assenza di norme comuni,
fare affari è molto arduo e, tutto sommato, è
“un affare” starne fuori.
Stando le cose in questi termini (e ciò vale in Ucraina, in Africa, in Asia),
per potersi muovere è opportuno farlo “in squadra”, appoggiandosi ad
altre realtà imprenditoriali, che magari nel frattempo hanno maturato (si
sono già scottate…) specifiche esperienze.
::: ANALISI COMPARATA TRA I PAESI EUROPEI
Se questo studio è funzionale a definire una strategia nelle aziende italiane
- per cui senza partner in Europa non solo non si approda sui mercati
emergenti, ma non si difende neppure il proprio - adesso si apre una successione
di grafiche tese a studiare trasversalmente i diversi Paesi del
vecchio continente.
L’obiettivo è semplice: usare poche parole e rendere immediatamente visibili
i Paesi dove ci sono i più alti indici: per cui è in quelle aree dove va
concentrata l’azione di “corteggiamento” verso altre imprese.
Il grafico che segue, per esempio, non è una semplice esposizione di
dati elaborati da fonte FEP (la Federazione europea delle industrie del
parquet, ndr), ma va studiato confrontando la capacità di produrre di un
certo Paese e il suo consumo. Ad esempio, si osservi la Svezia e, in toni
minori, l’Austria: sono entrambi dei Paesi con una capacità di produrre
enorme o comunque maggiore rispetto alle necessità della Nazione.
Probabilmente questo dato non è assoluto, ma rappresenta comunque
un punto di partenza con tutti i suoi se e i ma, per iniziare a cercare un
partner strategico.

::: CONCLUSIONI
Per quanto i criteri qui esposti possano essere criticati, corretti, ampliati
o integrati, da qualche parte si deve pur poter cominciare a pianificare
una strategia aziendale di alleanze per competere sui mercati.
Dall’incrocio dei dati emergono come interlocutori privilegiati austriaci,
tedeschi, polacchi e svedesi, fermo restando che gli altri non vanno assolutamente
trascurati o disprezzati.
Grazie a questo spunto, quando si comincia a ridisegnare la nostra politica
di alleanze strategiche?
::: L’IDENTIKIT DEL “SOCIO” IN AFFARI
La scelta del “socio tipo” o comunque dell’altra impresa con cui interagire non è
facile, per renderla più agevole vengono qui di seguito indicati alcuni parametri
che non sono affatto tassativi, ma rientrano nel filone della “psicologia sociale”.
Utilizzando questi apporti, si potrebbe affermare che le imprese con cui è saggio
avviare una politica di sinergia, per meglio posizionarsi almeno in Europa,
hanno sicuramente un sito web aggiornato. Non solo, ma inviata una e-mail,
questi dovrebbero rispondere nelle 48 ore successive.
Sul piano dimensionale, hanno più di 20 dipendenti e non si limitano a un solo
punto vendita. Quindi importano o esportano prodotti, spesso disegnati da loro
stessi, anche se in forme decisamente dilettantistiche, il che non guasta sotto
il profilo imprenditoriale.
Sono sia produttori sia distributori, oppure specializzati in quest’ultima attività,
ma ricchi di spunti, per cui si presentano con un forte accenno di novità sul
mercato di riferimento.
Spesso sono dislocati in piccoli centri, ma non distanti dalle grandi metropoli,
aeroporti o porti navali.
Attenzione all’età del capo dell’impresa: no categorico ai giovani (le persone
sotto ai quaranta anni), sì ai giovani se sono “figli” o se fanno parte di un sistema
familiare che hanno rilevato e proseguito a gestire. In pratica, la “controparte”
non può e non deve essere un avventuriero, capace di portarsi dietro nella sfortuna
sia la sua azienda sia quella dei suoi nuovi compagni di avventura sui mercati
internazionali (e questo è un rischio che aumenta al diminuire dell’età e
quindi dell’esperienza dell’imprenditore). Chi scrive non è “contro i giovani”, ma
crede nel valore della carriera sviluppata in azienda, per cui un ragazzo entra
nell’impresa e, sotto la guida di un “capo”, impara, guarda, osserva, giudica e
quindi, dopo vent’anni di questo lento lavoro, può essere considerato un interlocutore.
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::: PER NON SCOTTARSI…
Professional Parquet ha chiesto un’intervista all’avvocato Battagliese
del foro di Milano, per capire meglio le “ripercussioni legali”
nelle relazioni tra imprese di nazionalità diverse. Eccone una
sintesi.
Lei è parte di uno degli studi legali più attivi nel diritto societario
internazionale, per questo le chiedo, la globalizzazione ha espresso
anche una crisi nelle relazioni legali tra imprese di nazionalità
diverse?
Guido Battagliese: La conflittualità tra imprese non ha dinamiche
poi così diverse da quella tra le persone fisiche. La “voglia e
desiderio” di litigare è costante nei due ambiti e subisce dei picchi
generalmente dopo l’anno abbondante di collaborazione.
Come la badante che circuisce l’italiano di 70 anni con il quale
si sposa facendosi intestare i beni a scapito degli impegni ereditari
a favore dei figli (fatto molto diffuso in Italia), anche tra imprese
la dinamica è la stessa.
Può darci un’idea della dimensione del fenomeno?
Guido Battagliese: Nel corso degli ultimi 24 mesi, le cause tra
imprese italiane all’estero che cura il mio studio sono aumentate
dell’80%, il che mi ha costretto ad ampliare la struttura sulla
quale opero. In ordine geografico, l’Ucraina vale per me il 21%
delle cause, a cui segue la Cina con il 39%, quindi la Russia al
37%. Gli altri sono appena al 3%, ma per sciocchezze che forse
andremo a transare.
Ma tutto questo litigare in pratica su cosa verte?
Guido Battagliese: La massa delle cause riguarda una revisione
degli accordi iniziali impugnati dalle imprese locali che - una
volta constatato quanto il mercato risponda con favore alle iniziative
congiuntamente assunte - desiderano un maggior riconoscimento
economico. Le nostre imprese rispondono allora
ampliando i posti a disposizione nella direzione aziendale, ma i
locali si impuntano sulla liquidazione monetaria per far cassa.
Questo accade soprattutto nei Paesi dell’Est Europeo. In Cina, invece,
il contenzioso è diverso. Qui si tratta di non rispetto delle
regole di produzione, in termini di qualità e di standard; una volta
sottoscritti i contratti, le imprese cinesi non rispettano più gli impegni,
re-interpretando, a modo loro, i processi di produzione. Alla
fine si ottiene un prodotto nuovo, diverso da quanto progettato,
che è solitamente meno ricco rispetto agli accordi (il che si ripercuote
sia sull’accettabilità del bene sui mercati internazionali
che sul pagamento stesso del ciclo di lavorazione).
Ma quanto costa una causa legale aziendale all’estero?
Guido Battagliese: Sto concludendo adesso dopo 8 anni una
causa con la Francia, siamo sui 15mila euro, in Ucraina ne ho
un’altra che ha 2 anni oggi, e siamo a 20mila, con la Cina siamo
al dibattimento e ci aggiriamo sui 10mila. Comunque una vicenda
giudiziaria completa, gestita attraverso studi attivi nei rispettivi
Paesi dove i fatti sono accaduti, si colloca tra i 15 e i 20mila
euro per giungere a una prima sentenza.
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