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Storie di decking

Le pavimentazioni per esterno sono sottoposte a condizioni di esercizio estreme a causa dell’esposizione agli elementi naturali, allo smog e all’umidità: per questo è importante una posa impeccabile e una buona scelta dei materiali

Purtroppo ormai quando incontriamo amici o colleghi CTU, consulenti tecnici d’ufficio e CTP, consulenti tecnici di parte, anziché parlare di noi come persone, diamo la priorità alle esperienze vissute con il parquet. Ultimamente, in uno di questi incontri ci siamo confrontati sul decking.

Un collega ha raccontato di un intervento non soddisfacente eseguito con decking composito. In questo intervento, malgrado tutte le assicu razioni rilasciate dal costruttore in merito alla composizione chimica e alla tecnica con la quale era stato progettato e costruito il decking e nonostante la garanzia di un risultato buono e duraturo, dopo solo un anno, il lavoro lasciava molto a desiderare (fig. 1). Sempre discutendo di questo argomento, io -invecea mia volta raccontai di un caso di decking in legno che avevo seguito con interesse. Il pavimento era sta to posato 6 anni prima e pur essendo stato sottoposto a delle condizioni di esercizio classificate dall’estratto della norma UNI EN 335 col N°4, non era ridotto per niente male (fig. 3). È noto che i committenti non tengono conto delle classi di rischio e delle {galleria}decking{/galleria}condizioni di esercizio, al contrario, quasi sempre sottopongono il pavimento da esterni alle condizioni di esercizio che più gli fanno comodo. Inoltre, nella maggior parte delle volte, i committenti sono anche poco inclini a fare regolari controlli di manutenzioni che aiuterebbero il pavimento a preservarsi nel tempo. Ne è un esempio evidente questo caso: il decking non aveva mai ricevuto manutenzione e -nonostante la situazione sembrasse drammatica-, in realtà non era così messo male. In questi casi ci si sofferma sempre sulla possibilità che il posatore non abbia, dopo l’intervento, fornito delle indicazioni adeguate su come e quando fare la manutenzione. È vero anche che d’altra parte, ci sono voluti anni perché le aziende e chi mette in opera le pavimentazioni per esterno capissero che fornire a chi ha commissionato la pavimentazione delle indicazioni per la manutenzione oltre a essere un obbligo previsto dal codice di consumo, fa parte della loro professionalità. Comunque dall’aspetto superficiale, considerando che era stato posato da 6 anni sembrava che non fosse stato sottoposto a condizioni di esercizio gravose (fig. 4). In realtà, i pavimenti per esterno sono sempre sottoposti a condizioni estreme, poiché devono sopportare acqua, neve, sole cocente, gelo, sporco, smog con la conseguente aggressione di tutti i composti chimici presenti nell’aria ed è evidente -per tutte queste ragioniche il decking sia condannato a invecchiare. È altrettanto evidente che le condizioni di esercizio sono gravose ma ci sono ben altri fattori che causano un invecchiamento precoce e che influenzano negativamente lo stato del pavimento: ovvero la natura fisico chimica e la composizione del decking. Ciò è inconfutabile visto come alcuni prodotti si riducono dopo appena un anno che sono stati posati (fig 5). Le cause sono sempre le stesse: si vuole produrre un decking partendo da materie prime poco indicate o di recupero, magari miscelandole con segature di legno, solo con l’obbiettivo di fare un prodotto a basso costo ma che esplichi delle funzioni che la sua bassa qualità non può soddisfare. Non solo, in molti casi oltre a non considerare le sicure condizioni gravose di esercizio e quello che devono sopportare, non viene considerata nemmeno la tecnica con la quale devono essere posate e gli esempi non mancano (fig. 6 e 7). Nel caso, per esempio che si può vedere nella figura 7, la tecnica di preparazione del supporto non eccelle, infatti il decking è stato posato su un supporto che ha obbligato la sua contro faccia a stare perennemente a contatto con umidità, oltre a impedire all’acqua di scorrere via e trattenere e inglobare sporco e terra. La faccia a vista di un decking di legno è esposta perennemente alle condizioni ambientali più disparate e con escursioni termiche che possono essere anche repentine; perciò è impossibile per l’elemento mantenere la sua umidità in equilibrio con quella dell’aria se sotto c’è una fonte di umidità. Possiamo solo immaginare le conseguenti differenti variazioni dimensionali sullo spessore che ogni elemento deve continuamente sopportare. Tornano invece al nostro caso, lo strato di finitura che era stato applicato sopra, certamente con lo scopo di conferire un aspetto estetico piacevole, ha ostacolato il rilascio dell’umidità fino a quando finalmente non si è degradato (fig. 10). Di certo, chi ha applicato questo prodotto è stato superficiale o non sapeva niente di che cosa vuol dire la protezione del decking. I trattamenti protettivi devono ostacolare il meno possibile la traspirabilità poiché ne può conseguire lo spellicolamento dello strato protettivo che a sua volta può comportare enormi difficoltà per un’auspicabile futura applicazione di un nuovo specifico strato protettivo (fig. 11). Nonostante i decking compositi non siano vincolati a questi fattori, non sono immuni da difetti, anzi, per esempio l’aspetto superficiale deteriorato dopo solo pochi mesi non può certo accontentare il committente (fig. 12). Purtroppo, talvolta, poi la situazione può essere decisamente peggiore, quando per esempio in certi casi la degradazione compromette seriamente la composizione interna (fig.13). Invece nel caso che ho seguito, è bastata una semplice operazione di diserbo del supporto e una buona spazzolatura superficiale degli elementi per dimostrare che questa pavimentazione era ancora in grado di esplicare -e per molti anni ancora- le funzioni per le quali era stata posata. Naturalmente, in questo caso, sarebbe stato più che auspicabile l’applicazione di un trattamento superficiale sia per conferire un minimo di colorazione e nascondere il naturale ingrigimento, sia per assicurare alla superficie un minimo di idrorepellenza, ma come al solito i fattori economici hanno avuto -come sempre- il sopravvento (fig. 14). Di certo si deve convenire che chi ha progettato e prodotto questo decking ha capito che la scelta della specie legnosa e soprattutto la sua adeguata stagionatura era indispensabile. Inoltre sicuramente ha considerato che un legno messo all’esterno è obbligato a variazioni dimensionali di notevole entità per cui oltre il formato ridotto in lunghezza, sapeva che lo spazio lasciato tra i vari elementi aveva la sua importanza poiché la classe di deformabilità del legno massiccio è la 3. Non come nel caso dell’immagine 15, dove forse è mancata la cultura di chi l’ha prodotto e l’esperienza e la professionalità di chi ha posato. Invece nel recupero della pavimentazione in decking che ho seguito, dimostra esperienza anche come sono stati effettuati i punti di fissaggio degli elementi sul supporto plastico e la loro disposizione nella contro faccia dell’elemento (fig. 16). Così pure il sistema di aggancio tra i vari quadrotti che li ha tenuti uniti senza ostacolarne i movimenti, nella loro semplicità hanno assicurato e assicurano una posa veloce e stabile pur essendo in materiale plastico (fig. 16 e 17). Tuttavia sono convinto che il successo di questa pavimentazione sia dovuto semplicemente al fatto che chi ha progettato e trasformato il legno in elementi per una pavimentazione all’esterno, sicuramente sapeva che questo materiale è una meraviglia della natura è l’unico che poteva, può e potrà soddisfare per anni tale compito.

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