Mercato

Wake up italian harwood flooring industry! (significa darsi una gran mossa)

L’industria italiana del parquet ha sofferto dal 2008 e oggi degli importanti ridimensionamenti in volume e valore del fatturato. Probabilmente non ne è in discussione la sopravvivenza, però “lo stato di crisi è reale” senza più poter sostenere altre contrazioni di lavoro che sono possibili. In pratica, la crisi, non è finita. Nonostante ciò, non s’intravedono reazioni credibili: perché?

Un caso di studio
Un’azienda veneta del settore arredamento, nel 2011, chiama un consulente aziendale per avviare un processo d’internazionalizzazione che si è concluso nel mese di ottobre 2014. Il consulente è un professore in sociologia dei consumi che assume il ruolo e funzioni di export manager. L’azienda, 11 milioni d’euro di fatturato e 110 dipendenti nel 2011, ambisce a espandersi nel mondo globalizzato ma soffre ancora di un grande difetto: nessuno dei titolari ha la più minima intenzione di trasferirsi all’estero o a viaggiare intensamente. Ammalati di pigrizia e troppo radicati nel paese di nascita (non sono disposti ad assumere operai che vivano oltre i 5mila metri dallo stabilimento) accettano, pur con troppi sospetti e diffidenza, uno specialista, utilizzando fondi pubblici, affinchè possa studiare e realizzare un processo d’internazionalizzazione a loro favore. Nel corso di ben 4 anni vengono studiati dal professore, senza supporto dall’azienda, pur sostenuto economicamente dal progetto, in tutto 70 paesi nel mondo vivendo all’estero in tutto per 10 mesi attraverso numerosi viaggi. Il risultato, alla conclusione dello studio e del progetto è che la ditta è passata da 11 a 14 milioni di euro in fatturato, assunto altri 40 operai salendo a un totale di 150 dipendenti e aperto in joint venture, in India, uno stabilimento di produzione, mantenendo una quota di minoranza. In questo processo sono stati seriamente presi in considerazione, visitati e capiti il mercato brasiliano, quello sud africano, nord americano e infine indiano. Il Brasile è stato scartato per le eccessive protezioni imposte dal governo locale, pur producendo in loco. Il Sud Africa, da considerare il paese d’accesso al continente africano non ha permesso alcun feeling sul piano umano. Relativamente al nord America, benchè fortemente favorito dal consulente e sulle cui prospettive c’è stato in azienda un intenso dibattito, comunque è strato scartato per questioni ideologiche. L’India ha invece accolto le idee dell’azienda soprattutto per il feeling umano che ne è derivato con l’imprenditore locale, fortemente determinano a conquistare un nuovo status di benessere. Il problema dell’indisponibilità al trasferimento all’estero da parte di uno dei proprietari o familiari, è stato parzialmente risolto ponendo in minoranza la partecipazione italiana alla joint venture e inviando uno dei figli del clan familiare in Europa per “ambientarsi” all’idea di passare qualche mese lontano da casa. Ovviamente qualsiasi processo d’internazionalizzazione non funziona con l’assenza di una figura autorevole in loco, permanentemente o molto frequentemente all’estero. Il professore e consulente, dopo 4 anni ha lasciato il cliente per aver terminato il suo lavoro. In tutto sono stati spesi 350mila euro in ricerca e attuazione dei processi d’internazionalizzazione e altri 150mila per lo studio di nuovi prodotti. Per l’intera consulenza, l’impresa italiana, nei 4 anni d’assistenza, ha speso di suo il 10% dell’intera cifra godendo dei diversi benefici di legge. Ovviamente ha reso alla comunità due importanti servigi: 40 disoccupati in meno che pagano regolarmente le tasse e un fatturato italiano, cresciuto di 3 milioni sui quali versare quanto dovuto allo Stato. Chi ha guadagnato da questo intervento? Il professore- consulente, l’azienda o la comunità nazionale? La risposta potrebbe apparire ardua, però la sensazione è che sia la Nazione, ovvero l’Italia ad aver goduto di un “lavoro ben fatto”. Perché casi di questo tipo sono pochi o rari?

L’impresa padronale
Nel mese d’aprile uscirà in Italia un libro dal titolo “L’impresa padronale” scritto da un ricercatore molto acuto, John Carlins, grazie all’editore Armando – Roma. “Apriti cielo” per quanto descritto in questo studio sull’imprenditoria italiana nelle piccole e medie imprese. Comunque a dispetto del titolo, che non rende giustizia al libro, emerge un quadro favorevole alle proprietà aziendali, considerate dei valori e patrimoni nazionali, se sostenute e aiutate, perché se lasciate a se stesse, non sono più in grado di garantire al Paese quel benessere che hanno saputo offrire. Avevamo 4milioni d’imprese in Italia con una media di 2,8 dipendenti. In Grecia le imprese sono, oggi, 60mila e in Germania contano ancora 4 milioni con una media di 32 dipendenti per azienda. In realtà per Germania, con 80 milioni di abitanti e oltre 120 dipendenti nell’industria, vanno intesi anche i mercati nel mondo dove si sono radicate imprese di proprietà tedesca. Qualcosa in Italia non funziona più nelle imprese a livello di direzione aziendale. Prima ha funzionato, oggi non è più adeguato.

Le imprese di parquet italiane
In Italia ci sono imprese di produzione di parquet. In effetti, va detto però che stanno importando troppo dall’estero, avendo ridotto la produzione nel nostro paese, senza rendersi conto che in questo modo uccido no il marchio. Apparentemente, se ci si limita alla sola qualità, sembra che il prodotto importato e lavorato nella fase finale in Italia, per cui venduto come “made in italy”, possa salvare la faccia e quadrare i conti. Purtroppo questi sono i calcoli di manager troppo giovani, figli dell’epoca contemporanea, dove la sintesi dovrebbe emergere dal ragionamento ma anche questo non è più vero. Come afferma Zygmunt Bauman, vivere di sole sintesi comporta una società liquida, quella che segna un’impresa chiusa al giorno.La critica è facilmente dimostrata da un esempio: il prosciutto di San Daniele e il Parmigiano Reggiano, conosciuti e venduti in tutto il mondo, provengono, inequivocabilmente da eccellenze italiane collocate nella provincia di Udine e di Reggio Emilia. Forse la plastica, che avvolge il prodotto, potrebbe anche essere made in Guangdong (Cina) ma non di più, salvaguardando l’integrità e la purezza del prodotto. Questo viene riconosciuto da tutti, indipendentemente dal prezzo. Esistono dei mercati, quello statunitense ad esempio, certamente difficile e terribilmente competitivo in senso lato e specificatamente nel parquet, che ricerca con molto interesse un prodotto, per il solo fatto d’essere made in italy. Provare per credere. Il punto è arrivarci e sapersi presentare. Non tutti lo sanno fare.

La finanza agevolata
Nel 2011 esistevano degli strumenti legislativi in grado di coprire al 90% le spese di ricerca, sviluppo e internazionalizzazione. Sono passati gli anni e i governi, per cui è cambiata le sensibilità. Oggi il valore di contributo oscilla tra il 70-50 e il 25% a seconda del progetto. Certamente va sottolineato come questi contributi vanno integralmente gestiti, nell’interesse dell’azienda e del progetto, da chi sa fare il proprio lavoro, appunto un consulente, quindi un personaggio esterno all’impresa, che sia non solo laureato a ciclo completo (non triennale) ma abbia la reale esperienza per gestire l’intero processo di rinnovamento del prodotto e di studio sul mercato. Stranamente, le ditte italiane non sanno o vogliono ricorrere a questi strumenti, considerandoli estranei al loro vantaggio che vorrebbero in termini di sussidio anziché come piano di lavoro. Va anche osservato come neppure i commercialisti siano realmente introdotti nella materia, confermando quanto sia saggio che ognuno faccia il suo mestiere.
Auguriamoci buon lavoro.

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