Appunti TecniciPosa

Parquet nuovo, stile antico

Le installazioni in contesti storici con legno di recupero sono interventi delicati e richiedono investimenti importanti, ma rappresentano il fiore all’occhiello del settore

In questi anni abbiamo preso atto di come un comparto prettamente artigianale come quello del parquet abbia subito, forse più di altri, un’evidente contrazione in termini di volumi e quindi economici. Ogni addetto del settore si è comunque impegnato specializzandosi e diversificando anche le proprie capacità per proporre a una clientela sempre più difficile, prodotti unici nel proprio genere. Quello del legno di recupero, è certamente un settore che contrariamente alla tendenza del mercato, ha potuto svilupparsi incrementando i propri volumi in termini di quantità e quindi economici. Occorre precisare che detto segmento di attività è comunque abbastanza ristretto ovvero non tutti possono permettersi pavimentazioni da legno di recupero e, comunque, sono sempre interventi che richiedono un investimento abbastanza interessante. Per contro è bene precisare per dovere di cronaca, che non tutti gli addetti ai lavori sono in grado di portare avanti un’installazione di legno da recupero, per una serie di fattori che più avanti preciseremo.

Page 64 Image 1Un patrimonio storico unico
L’intervento che descriviamo in questo articolo, ha interessato un complesso molto antico, inserito in uno dei più notevoli e gradevoli paesaggi toscani, il Chianti. L’intero complesso, acquisito da una nota famiglia del nord Italia, è stato oggetto di un vasto e profondo intervento di ristrutturazione edile che ha interessato in pratica non solo la struttura vera e propria ma anche tutta la parte impiantistica, infissi e le pavimentazioni. Si tratta del complesso del Castello di Monterinaldi, del quale le prime attestazioni come insediamento longobardo risalgono all’XI secolo. L’insediamento, situato al centro della zona storica più antica del Chianti Classico, si trova in prossimità di un antico tracciato viario etrusco. Attualmente, percorrendo la strada che da Radda in Chianti porta a Panzano, dopo circa cinque chilometri incontriamo il bivio che ci conduce direttamente a Monterinaldi. Questo possedimento viene citato per la prima volta in un documento del 1016 nel quale si attesta che si trovava sotto la signoria di Gottifredo o Gottizio di “nazione longobarda”. Nel XIII secolo la località viene controllata da una famiglia di conti detta “di Monte Rinaldi” finché non passa sotto il dominio dei conti Guidi di Firenze, come risulta da un privilegio di Enrico VI del 25 Maggio 1191. Il borgo svetta sulla sommità di una collina da cui si può ammirare un vastissimo panorama su boschi, vigneti e sulla valle del torrente Pesa; questo luogo è spesso ricordato per esser stato teatro di un’aspra battaglia fra Senesi e Fiorentini, vinta dai primi. Sia guelfi che ghibellini continuano comunque nel tempo a saccheggiare il castello, intuendone il valore strategico. I signori di Monte Rinaldi vengono poi fatti esiliare nel 1268 in quanto ghibellini, ma si suppone che qualche anno prima il castello venisse abitato da gente di parte guelfa: infatti, dopo la vittoria nella battaglia di Monteaperti nel 1260, i Senesi si recano a Monte Rinaldi e, oltre alle mura e al cassero, distruggono diverse abitazioni. Pochi anni dopo la definitiva caduta di Siena nel 1557, Monte Rinaldi perde la sua funzione militare e passa definitivamente sotto Firenze, da quel momento non sarà più necessario fortificare l’abitato: il nucleo rimane come un villaggio aperto, senza protezioni né mura; oggi, solo la forma ellittica dell’insieme lascia immaginare la vecchia cinta muraria. Altre notizie del Page 65 Image 1castello di Monterinaldi risalgono alla fine del Seicento, quando passa alla famiglia patrizia fiorentina dei Geppi, come è ricordato sulla lapide di Tommaso di Marcello Geppi, inumato nel 1686 nella chiesa di Santa Maria dell’Impruneta : “ex Cottanis olim a Monterinaldo nobilissima prosapia orto”. Sempre sotto questa famiglia, nel 1693, il castello viene trasformato in villa padronale. Gli ultimi avvenimenti che, purtroppo, hanno causato mutazioni negative al borgo risalgono al 1944, seconda guerra mondiale, nelle vicinanze si era insediato un comando tedesco e spesso i militari andavano al borgo per fare razzia di viveri. Una mattina di giugno, però, i soldati, dopo avere fatto evacuare gli abitanti, incendiarono tutte le case, alcuni affermano che l’incendio sia stato appiccato per vendicare la morte di un soldato tedesco avvenuta in circostanze non chiarite. Nel borgo si trova anche la piccola chiesetta di San Martino, nonostante i rifacimenti dovuti a restauri moderni e rimaneggiamenti settecenteschi, l’edificio conserva in parte la struttura romanica. All’esterno presenta una facciata a capanna, un portale profilato da cornici in pietra serena, una finestra quadrangolare e un campanile a forma di torre merlata,mentre all’interno troviamo un’unica navata a capriate con tre altari. Vi si conserva un turibolo in rame dorato con decorazioni a bulino di scuola senese. L’edificio accanto alla chiesa, oggi sconsacrato, veniva usato come sede della Compagnia di Santa Brigida; nelle pareti interne sono visibili affreschi molto deteriorati di scuola fiorentina di fine Cinquecento, raffiguranti i dodici Apostoli. Nel 1965 lo scrittore Raymond Flower di Grignano, al tempo proprietario del castello, restaura il complesso, come testimonia una targa affissa sulla facciata, poi altri lavori di manutenzione di registrano nel 1978 e nel 1982, per arrivare poi ai nostri tempi quando il castello viene acquistato dagli attuali proprietari che ne attuano una vera e propria ristrutturazione profonda e ben articolata.

Una posa fedele al contesto storico
Come si può intuire, la richiesta di inserire una pavimentazione di legno all’interno di alcuni vani di un complesso così carico di storia, non era certamente una richiesta da prendere sotto gamba. Molto importante è stata la guida dell’architetto designer responsabile degli arredi interni, comprese le pavimentazioni che bene ha saputo scegliere non solo i materiali ma anche la loro disposizione. Le pavimentazioni in legno hanno avuto origine da vecchie tavole ottenute a loro volta da travi e recupero di antiche pavimentazioni smontate da vecchi ruderi in giro per l’Europa. Ogni singola tavola è stata poi a sua volta sezionata longitudinalmente per mezzo di una così detta sega a nastro, guidando ogni singolo elemento a mano. Questa attività non era casuale bensì voluta proprio dall’architetto, che in questa maniera intendeva dare una linea di taglio-sega irregolare, proprio come nei secoli scorsi si faceva. Il pavimento in legno, ottenuto come da vecchie tavole a sua volta recuperate da assiti già vissuti situati in vecchie coloniche, è stato posto in ope ra su di un piano di posa creato appositamente con pannelli di betulla a sua volta sezionati. I singoli pannelli, fermati al piano originale per mezzo di adesivo sintetico, sono stati posti in perfetta planarità non solo per agevolare la successiva posa in opera del pavimento, ma anche perché questo genere di pavimento da recupero, solitamente, non deve essere sottoposto ad interventi meccanici di levigatura vera e propria. È ovvio che in interventi di questo tipo si cerca di mantenere quanto più possibile, inalterate le caratteristiche di un legno da recupero; ritengo sarebbe, infatti, un paradosso se dopo avere posto in opera del legno da recupero, segato a mano pezzo per pezzo, lo si sottoponesse poi ad una totale levigatura con carte abrasive. Si andrebbero a perdere tutte quelle caratteristiche di vissuto, che ogni singolo elemento sprigiona e che l’architetto voleva chiaramente mantenere, anche nel rispetto di un contesto di arredi sempre intonati all’epoca dell’intera struttura. Il disegno di posa richiesto è il così detto a binario ovvero una serie di doghe poste trasversalmente con una singola doga longitudinale un effetto che ricorda appunto il binario delle ferrovie. Questo disegno non è casuale, molte bibliografie di antiche dimore, nonché pubblicazioni specializzate, nel descrivere lo stato dei luoghi dell’epoca all’interno delle medesime case, sovente si potevano osservare delle pavimentazioni in legno; spesso riportano questo disegno di posa. Anticamente il pavimento era solo ed esclusivamente fatto in legno con tavoloni a correre, poi dal 14° secolo in poi si è iniziato anche a modulare disegni sempre più raffinati. I primi pavimenti un po’ più ricercati, per l’epoca, ve devano appunto la posa in opera di tavolato trasversale con una singola tavola longitudinale. Lateralmente, sempre nel rispetto del contesto particolare della struttura, nessuna rifinitura di alcun genere; solo una traccia nel perimetro del muro per far sì che le singole tavole “entrassero” per pochi centimetri sotto l’intonaco creato a misura precisa. Se si osservano le fotografie, si può vedere come anche tutti i soffitti, anche questi ristrutturati per intero, siano fatti con singole tavole tagliate sempre a mano effetto sega. Dopo questa posa in opera, una ripulitura a mano, verifica di ogni singolo elemento che già in fase di posa in opera veniva comunque rivisitato e, se necessario, modificato sul posto oltre ad essere singolarmente scelto per essere poi posato, tutte le tavole sono di misure diverse e la sequenza di installazione rispecchia l’alternanza delle medesime. Da ultimo poi la stesura di apposita miscela olio-cera, creata appositamente per questa pavimentazione e scelta dopo varie prove, unitamente alla direzione lavori e all’architetto responsabile del progetto. Detta miscela lascia inalterata la tonalità del legno e non crea chiaramente nessuna particolare pellicola che sarebbe inappropriata per il contesto di una pavimentazione da recupero. La superficie del pavimento rimane assolutamente liscia, priva di qualunque parte di legno tanto che sopra la proprietà si deambula abitualmente a piedi scalzi. Con il tempo poi e la normale manutenzione ordinaria, la tonalità del legno riprende ancora vigore con quella leggera patina di antico che tanto ben si intona nell’insieme del luogo ove è stata posta la pavimentazione da recupero. Un luogo che sprizza storia da ogni poro, in un contesto geografico che tutto il mondo ci invidia.

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